Counting Crows – Omaha, Federico Piccioni

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Lei viene da un posto in cui la gente, per qualche strano motivo, crede che la D sia l’unica lettera dell’alfabeto degna di essere pronunciata. Eppure un sacco di sue piccole cose mi piacevano: il modo in cui le clavicole formavano un triangolo isoscele con i declivi delle sue spalle ocome teneva i capelli dietro le orecchie, somigliando ad una di quelle creature elfiche dei libri fantasy. Era piuttosto bella, alta e i suoi capelli erano lunghi come quelli delle bambole con cui gioca mia nipote. Mica male per uno che li portava come Pippo Inzaghi al tramonto del secolo.
Poi un giorno andò in vacanza e decise di scoparsi un DJ che stando a lei «l’aveva ammaliata con la sua capacità di suonare». Cercai di spiegarle che un DJ non suona ma mette dei dischi e sfiora dei pulsanti con lo stesso gesto con cui si appallottola una caccola fresca per farla seccare, millantando che faccia tutta la differenza del mondo.
In quel periodo Marco volò negli States per fare un periodo di non-so-cosa in Nebraska.
«Vai ad Omaha?» gli chiesi.
«No, Lincoln» rispose lui.
University of Lincoln, per chi ama la precisione o semplicemente farsi i cazzi degli altri.
È comunque vicino ad Omaha e in the middle of America pensai io, così prima della partenza prestai a Marco “August And Everything After” dei Counting Crows, un po’ perché c’è “Omaha” e un po’ perché è un disco che ho sempre sentito mio. D’altro canto, se agosto è il mese in cui è nato il sottoscritto non vedo perché “Everything After” non debba riferirsi ad ogni singolo accadimento della mia esistenza.
«Ah sì, quelli di Mr. Jones».
Lo guardai come guarderesti uno che si è dimenticato di giocarti la schedina quando hai fatto“sei” al Superenalotto. Ma alla fine ci passai sopra e gli prestai pure il libro di racconti di Breece D’J Pancake, uno che oltre ad avere un nome che sembra prendermi per il culo, decise di farla finita a 27 anni, per fortuna non prima di aver scritto due o tre cose illuminanti sulla profonda America. Mi ci vollero tre anni per capire che in quel momento Marco aveva scambiato la parola prestito con la parola regalo.
«Me ne avevi parlato quando vincesti quel concorso letterario» disse lui.
«Bravo, è proprio questo il libro che ho copiato quando ho vinto quel concorso».
«Smettila di fare il modesto. A proposito, lo sai che in Nebraska passano un sacco di uragani?».
Avrei voluto insistere, ma non sarebbe servito a nulla, così lo salutai con una pacca sulla spalla ricordandogli di ascoltare “Omaha” e di non finire dentro l’occhio di un ciclone.
Non gli rimediai alcuna omelia, non gli anticipai nulla, nessuna introduzione al brano come piace fare a me, nulla di nulla. Non la solennità dell’inizio, non la fisarmonica, la chitarra acustica, quelle percussioni che odorano di abete e di seni di ragazze che stanno per diventare donne. Non gli raccontai neppure di quel vecchio contadino fradicio di pioggia che guarda il cielo e scherza con Dio, uno che puoi ritrovare dentro un racconto di Pancake o in un film dei fratelli Coen.

“In the middle of the night, there’s an old man threading his toes through a bucket of rain. Hey mister if you want to walk on water, you’re only going to walk all over me”

Ascoltavo e sognavo, pensavo a “The Straight Story” di David Lynch e a quel vecchio rimbambito che era andato dal Nebraska all’Iowa in sella ad un tosaerba, riscoprendo l’importanza di andare piano edi mandare a fanculoil ticchettio dell’orologio.
Feci pensieri di questo tipo, ma volai anche più in basso.
Molto più in basso.
Pensai che se Dio aveva creato l’uomo e l’uomo aveva creato i social network io potevo vedere che faccia aveva quel DJ. Non quello che aveva scritto grandi cose, ma quello che faceva girare i dischi. Così un bel giorno decisi di dare una controllatina per capire se l’appallottolatore di caccole era bello o brutto e naturalmente, come tutti i tipi che si scopano la tua ragazza, era un Sebach di quelli che trovi ai concerti e in cui decidi di non andare a pisciare.
Guardavo il cellulare sempre meno e ascoltavo “Omaha” sempre di più.
Mi convinsi che partecipare ad un altro concorso di scrittura fosse una buona idea, così ne puntai uno e iniziai a battere qualche riga su un documento bianco come la neve del Nebraska, finché una sera sognai la cerimonia di premiazione. Chiamarono il mio nome e in un tempo credibile solo alle leggi del mondo onirico mi ritrovai in piedi di fronte alla giuria. Mi dissero che un racconto come il mio non l’avrebbe premiato neanche mia zia e di solito le zie vogliono davvero bene ai loro nipoti.
«Fede, còre de zia, sei un bravo ragazzo ma scrivi di merda e nella parola sufficiente ci devi mettere la i». Era da qualche parte mia zia, ma non riuscivo a vederla.
In compenso quando mi voltai verso il pubblico riconobbi il viso della mia professoressa di italiano che alzava in cielo una paletta bianca con su scritto “4”. Un’altra scena che devo aver visto in qualche film.
Mi svegliai sudato – il che era normale – ma con le mutande asciutte e il cazzo moscio – che invece era meno normale – così realizzai che dovevo cancellare la poca merda che avevo scritto su quella tastiera e dare fuoco al mio PC. Mi limitai a buttare il file e a svuotare il cestino, rimandando un gesto così eclatante ad epifanie ben più rilevanti. Per ora mi bastava, avevo aperto un cassetto della mia vita, quello con l’etichetta “idee del cazzo”, avevo trovato a fatica uno spazietto e ci avevo ficcato quella stupida intuizione da megalomane. Chissà come, in un modo o nell’altro, riesco sempre a trovare un miracoloso spazio in quel cassetto.
Ovviamente la tipa si fece risentire. Tornò come il mio gatto quando è ora di pranzo. Aveva capito che un Sebach è fatto per pisciare, non per appoggiarci la lingua o il culo. Mi diede appuntamento in un pub squallido da qualche parte verso Donca-landia. Se siete già stati in quel locale vuol dire che siete passati sotto una scala, che avete rotto qualche specchio o che la vostra ex ha fatto un pompino ad un cesso chimico. In ogni caso non ho provato rancore, ma totale disinteresse. Il rancore è una lingua che non so parlare.
Mi presentai con tutte le buone intenzioni del mondo, anche quelle che non ricordavo di avere, ma non andò granché bene. Le sue labbra si muovevano ma in testa avevo solo il ritornello di “Omaha” e non potevo sentire nient’altro. Omaha, somewhere in middle America, get right to the heart of matters.
Riuscivo comunque a guardarla in faccia dissimulando di non distinguere una parola dall’altra. Scorgevo così tanti difetti fisici in lei che mi pareva di non riconoscerla e come diceva un mio caro amico – uno che spende il proprio tempo a schivare uragani, rubare librie identificare band con la loro hit più famosa -«quando realizzi che la tua ragazza ha il naso come Gérard Depardieu, vuol dire che non sei più innamorato della tua ragazza».
Guardavo la sua bocca che si muoveva, guardavo il suo naso da attore francese e la mia mente vagava altrove. Chissà quanta neve avrà trovato in Nebraska quel figlio di buona donna.
Pensavo al bianco della neve, a quello di un foglio intonso in cima ad una risma di carta; pensavo al bianco delle mie mutande e a quello di una paletta che spunta da uno stormo di persone in imbarazzo; pensavo a “Fargo” dei fratelli Coen, a viaggiare su distanze che paiono infinite; pensavo al povero Pancake, alle montagne dei suoi racconti e ai boschi che si ingoiano la terra un po’ alla volta per andare a morire sugli argini di fiumi che non riesco neppure a immaginare. Se fosse ancora vivo e io avessi vinto il Premio Strega mi avrebbe portato in tribunale e allora sarei fuggito nel posto più orientale del mondo per poi accorgermi di aver avuto un’altra gran bella idea del cazzo, visto che la terra non è piatta- e con questa chiudiamo l’argomento una volta per tutte. Chissà perché ha deciso di farla finita a 27 anni in quella città di cui adesso non ricordo più il nome. Somewhere in middle of America. Spero che Marco torni presto. Spero che mi renderà quel libro quando sarà tornato, senza che sia io a doverglielo chiedere.
Continuavo a guardare una tipa che in un’altra vita era stata un elfo e pensavo che in fondo l’estate non era poi così lontana, che c’erano dei versi di quella canzone che avrei dovuto imparare a memoria. Cavolo, quante volte ho ascoltato quell’album. Devono essere proprio degli stronzi a mettere in copertina il testo di una canzone che alla fine non hanno inserito nel disco.
Poi d’un tratto i miei pensieri iniziarono a fare un bel po’ di rumore perché la tipa aveva smesso di parlare. Era arrivato il momento di dire qualcosa, il momento che stavo aspettando come uno studente aspett l’interrogazione quando ha deciso di non giocarsi la sua ultima giustificazione.
Dai Fede, dì qualcosa.
Qualunque cosa.
Tre. Si morde un labbro e incrocia un braccio lungo il petto toccandosi la spalla. Due. La mano sul viso e i capelli dietro le orecchie. Uno. Qualcuno ordina una chiara media. Zero.
Una vena le pulsa sul collo.
«Ma lo sai che in Nebraska passano un sacco di uragani?».

“Inizia ad ammainare la bandiera ragazzo,
il colore scivola via,
sta arrivando la pioggia estiva,
la ragazza fra i campi comincia a cambiare
e nasce un nuovo amore”

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