Hüsker Dü – Too Far Down, Charles Mason

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La prima canzone di “Warehouse: songs and stories”, album del 1987 pubblicato dalla band americana degli Hüsker Dü, si intitola “These important years” e parla degli anni della gioventù, dei ricordi che rimangono a loro testimonianza e delle sofferenze a cui quegli anni ci hanno sottoposto. Ecco, come forse per tutti voi, anche per me quelli furono anni molto importanti…
Scoprii gli Hüsker Dü proprio nei miei anni giovanili con Warehouse e fu subito Amore. Mi spiace per Grant Hart che amo comunque moltissimo ma diventai immediatamente un Mouldiano. Non che avessi scelta: era stato lui a scegliere me. Il motivo però lo capii soltanto più tardi.
Dopo “Warehouse: songs and stories”, mi buttai a corpo morto sulla discografia del trio di Minneapolis e cozzai violentemente contro la furia di “Everything falls apart”: non ero ancora pronto.
Decisi perciò di ripercorrere la loro carriera a ritroso, ripiegando quindi su “Candy apple grey”.
Nella prima parte del disco la parte del leone la fa certamente Hart, mentre Mould si fa notare soprattutto per la rabbia spastica di Crystal. Questo fino fino al brano numero cinque, “Too far down”, un brano che vede Bob Mould esibirsi in solitaria.

PLAY

Dopo una breve introduzione di rumori, carillon dissonanti e flauti fuori tono, ecco che arrivano pochi semplici accordi di chitarra e la voce di Mould, le cui prime parole, “sono di nuovo giù”, mi catapultano nel suo mondo, quello della depressione.
Bob è nella merda: sta raccontando l’ennesima ricaduta alle persone che gli stanno attorno, e ciò aggiunge dolore al dolore. Ma questa volta, la sua voce rivela un terrore diverso: quello di essersi spinto troppo in là per riuscire a tornare indietro. Questo timore lo assilla, così come la domanda cui torna come un tarlo: come è possibile che per gli altri sia così facile essere felici?
Il brano procede in un crescendo emozionale. La veemenza della chitarra e il cantato, imbevuto di un misto di disperazione e rabbia, ci sparano in faccia il desiderio di morire. Togliersi di torno sembra essere il solo modo per rendere felice chi gli vuole bene e l’unica via per essere di nuovo libero.
Ma è solo un istante. Subito dopo vi è il ritorno alla realtà perché la depressione è una bestia che non ti lascia andare e ti tiene lì a macerare nella sofferenza. Ritorna il tono calmo e dolente dell’incipit arricchito da una rassegnazione che tradisce la consapevolezza che si è trattato solo di un inutile sfogo.
Le ultime spietate parole “perché potrei essere andato troppo giù”, sospese nell’aria, mi trovano paralizzato nella mia stanza, mentre immagino Mould svanire in lontananza a capo chino.

PAUSE

Un momento, io non voglio lasciarlo andare quindi,

REWIND

PLAY

Accidenti, questo sta soffrendo davvero…. L’interpretazione di Mould infatti è così intensa, anzi quasi insopportabile, al punto da rendere la canzone un’esperienza REALE! Ma…

REWIND

PLAY

REPEAT

… perché allora continuo a riascoltarla? Masochismo? Non potevo ascoltarmi, chessó, “Surfin’ USA” invece di ficcare la testa dritta nell’oscurità?
Eppure ogni volta che premo il tasto play, ne ottengo in cambio una curiosa sensazione di arricchimento… e il malessere di Bob non sembra affatto trasferirsi su di me come fosse un morbo. Un vero mistero.
Col tempo credo di aver compreso che la risposta a tale mistero risieda proprio nel rapporto indissolubile che lega condizione umana ed arte.
Già, perché ciò che emerge prepotentemente da “Too Far Down” è un’umanità disarmante, talmente forte e sincera che non può non stabilire una relazione col proprio interlocutore.
Sia che si tratti – come in questo caso – di disperazione e paura del futuro o che riguardi gioia, amore o amicizia, è l’intensità del sentimento a costringere l’artista ad esprimersi in maniera così viscerale.
Mi piace pensare che quando, a un’urgenza emotiva incontenibile, l’ispirazione risponde con un’espressione artistica così potente, il flusso che si crea diventa una corrente irresistibile che travolge sia l’autore che il fruitore. Si tratta di un’estemporanea intimità e di un’empatia simile a quella che si può venire a creare tra due sconosciuti che si sfiorano per un attimo.
Eccola la parola magica: empatia.
Non avevo bisogno di allegria per scacciare uno stato d’animo che tanto poi sarebbe tornato ma di qualcosa che parlasse “di me” e “a me”. Ciò che ricercavo (e ricerco) nella musica e ho trovato in “Too Far Down” era la stessa cosa che inseguivo nelle relazioni interpersonali: il contatto umano. Nonostante la distanza tra le vicende di Bob e le mie, in quella canzone mi ritrovavo come se mi stessi guardando allo specchio. Credo si tratti di un inconscio riconoscimento di quanto la debolezza umana abbia bisogno di riconferme, nel bene e nel male. Per questo forse siamo più in cerca di affinità che di opposti; quando siamo innamorati chiediamo amore e allo stesso modo nei momenti di dolore non chiediamo altro che sofferenza. Perché cerchiamo la nostra identità nel riflesso degli altri. Proprio Mould nelle note di Warehouse diceva, “la rivoluzione comincia a casa, specialmente davanti allo specchio”, e forse quindi quel desiderio di immergersi nell’oscurità non era altro che il primo inconsapevole passo verso un percorso di cambiamento che avevo necessità di compiere. Come se la natura stessa della vita ci spingesse al cambiamento, lasciando a noi il compito di cogliere o meno i segnali che ci lancia.
Sono passati molti anni e forse qualcuno di quei segnali sono riuscito a coglierli, visto che sono certamente cambiato e perché no, pure cresciuto (e credo anche Bob a giudicare dall’ultimo album “Sunshine Rock”). Quegli “anni importanti” però me li porto sempre appresso come un doloroso tesoro, le cui monete d’oro ho speso (male o bene? Chi lo sa, anzi chi se ne importa…) per diventare la persona che sono ora. E quel tesoro lo conservo nei preziosi 4,38 secondi di “Too Far Down”.

Charles Mason è uno dei tre autori di La Linea Mason-Dixon, un blog amico che vi consigliamo di leggere perché anche da loro si fa erotica, e non critica, della musica.

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