Sigur Ros – Hafsol, Michele Corrado

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Il più forte dei poteri della musica dei Sigur Rós è il suo legame di sangue e linfa con la natura. Gli scorci incontaminati della natia Islanda sono intrecciati a maglie inscindibili alle note di Jonsi, Georg, Kjartan e Orri.
Il potere diventa malia quando la fluidità del post-rock degli islandesi inocula questa travolgente natura nordica in chi l’ascolta. Dalle orecchie al cuore. Che la pompa dritto nelle vene, di rotta verso ogni estremità, capillare, papilla, centimetro di pelle, unghia.
Queste note senza barriere, che rifuggono schemi e costrutti come la natura in assenza d’uomo, ti penetrano senza resistenza. Fiumi azzurri, gelati guizzano nei tracciati venosi, cascate scrosciano nel petto spruzzando fresca spuma fin dentro gli alveoli polmonari,fumi bollenti di geiser si espandono nelle cavità nasali e inebriano sulfurei le papille gustative.
È il divano di casa, ma sembrano prati immensi, gole ricurve che si stringono facendo slalom tra le montagne verdi, insenature spettinate dagli alberi. Il bianco sterminato dei ghiacciai, le nubi che cadono in picchiata nei laghi argentati.
Una ricongiunzione con madre natura mediante l’hi-fi del salotto.
“Sembra di esserci stati già in Islanda se hai ascoltato i Sigur Ros”, un ritorno invece che un primo approdo. Hanno confidato alcuni viaggiatori di volta da quelle terre del nord, riconoscendo di aver provato in qualche magico modo alcuni di quegli odori, di quei sapori già anni prima, o in aereo ascoltando “( )” o “Ágætis Byrjun” in cuffia per prepararsi alla meraviglia.
Ho sempre pensato che dietro la composizione di tali incanti, che come la natura rifiutano e travalicano i codici degli uomini, talvolta persino il linguaggio (il canto onomatopeico di “( )”), non potessero esserci degli umani. Dei folletti dunque, come i Sigur Ros non a caso sono stati chiamati da molti, semidivine creature silvane animate da una purezza superiore. Risplendenti di un amore più profondo.
Di questa balzana teoria una volta ne ho anche avuto una mezza prova. E, come si dice da queste parti, una canzone mi ha salvato la vita.
Ero tre o quattro file più indietro alle transenne, al Castello Scaligero di Villafranca, aspettando proprio il concerto dei Sigur Ros. Dopo quelli di Alt-J, sua maestà statuaria Mark Lanegan e quegli schizzati dei dEUS – Dio mi fulmini se prima o poi non scrivo di come anche quella sinfonietta di “Instant Street” mi ha salvato la vita e di come lo ha fatto.
Con me c’erano Giovanni, Annette, un altro Michele e un principio di tinnito rimediato la sera prima da quei goblin dei Mogwai – perché se i Sigur Ros sono dei folletti islandesi allora i Mogwai sono dei goblin salmastri della Scozia che non hanno lasciato il proprio moniker al caso. Intorno a noi mille altre facce sparse. Una, piuttosto vicina alle nostre, non l’avrei dimenticata mai: quella della ragazza col cartello che recitava “Please Jonsi, throw me your violin bow”.
E l’avrebbe lanciata proprio verso di noi la bacchetta Jonsi. Dopo averci percosso, graffiato, tormentato le cordedella sua chitarra di legno vivo, generando tuoni catartici, vibrazioni ancestrali in quella celebrazione del sole purificatore intitolata “Hafsòl”, parossismo di quello e numerosi altri loro live set. Spaccato in due, dilaniato com’era dal furore di un’esecuzione intensa come un rito primordiale, con le due parti tenute insieme dagli esili ed elastici crini, l’archetto volò una traiettoria sinuosa verso il nostro mucchio. Saltammo in molti, i più grossi di noi sormontarono e schiacciarono con le proprie moli la dolce speranza della ragazza col cartello, troppo piccolina, minuta anche solo per pensare di provarci. Una mano, quella del più forte e determinato di tutti, afferrò il trofeo con un gesto atletico degno di una stoppata di Ben Wallace. Zac! E la bacchetta spezzata sparì, segretata in uno zaino azzurro.
Tornati sul palco per un travolgente encore formato da “Ekki Mukk” e l’immancabile tempesta fotonica di emozioni che è “Untitled 8”, i SigurRós ci salutarono con sorrisi ed inchini elfici lasciando i più teneri di noi ancora vibranti di commozione, con i piedi ancorati al prato sfondato dal calpestio, ma intimamente sospesi a mezz’aria. Fu in questo stato di torpore e semi-coscienza che ricevetti la prova che aspettavo da anni, il testimonio della profonda incontaminatezza, dell’essenza quasi angelica di quei paladini.
Mentre le file posteriori si diradavano lentamente, scorrendo verso stand della birra e uscite del castello, un gigante della security si sporse dalle transenne e cominciò a sbracciare per attirare l’attenzione del nostro mucchio. Da un gigantesco pugno spuntava come un fiore dal prato una bacchetta di violino. La visione attivò la nostra modalità zombie e tempo due secondi ci avviammo verso l’omone come un’orda di non morti affamati e rincoglioniti. Appena raggiuntala, la montagna ci risvegliò dal sogno con un lapidario “it’s for her, just for her, from Jonsi” pronunciando la ragazza col cartello.
Ecco, Jonsi non sarà Elrond di Gran Burrone, ma una rockstar planetaria che ha l’accortezza di materializzare il sogno di una fan adorante durante un concerto sold out in una gigante arena estiva ha un gran cuore, pulsante e rifulgente di grazia e gentilezza.
Mi sentii un po’ una merda, un ometto meschino e abietto, che però di lì in poi avrei cercato di evitare il più possibile, rinchiudere in una remota stanza dell’anima.

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