Steve Lacy Trio – The Bath, Stefano Maria Canè

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Questo brano, questa storia, mi commuove.

Lacy mi onorò della sua amicizia.

Nell’agosto 1986, vidi un suo concerto, al Parque Gulbenkian di Lisbona.

C’era un festival jazz annuale, nel parco del museo Gulbenkian, luogo delizioso, con una grande platea a teatro, predisposta per i concerti.

Un bellissimo festival, in cui, nel giorno che precedeva i concerti, si teneva un workshop con l’artista.

Ci andai anche nel 1988 e, quell’anno, il protagonista era Cecil Taylor.

E, quell’anno, partecipai al workshop… con Cecil Taylor.

E, Cecil Taylor, era proprio colui che, dal 1956, aveva condotto Lacy ad allontanarsi dalla tradizione, verso i linguaggi di un “nuovo jazz”.

Tutto aveva un senso.

Era una mia abitudine, molesta, alla fine dei concerti, andare a chiedere all’artista le partiture dei brani che mi erano piaciuti maggiormente.

Così, avevo fatto anche al termine del concerto di Steve Lacy, nel 1986.

La formazione con cui aveva suonato era il suo quintetto: Steve Potts (sax c/alto), Bobby Few (piano), Jean-Jacques Avenel (contrabbasso), Oliver Johnson (batteria) e Irene Aebi (violoncello).
Alla fine del concerto, se ne stavano seduti sul bordo del palco, a chiacchierare fra di loro.
Non era un concerto rock, non correvano nel backstage o a rifugiarsi nei camerini, inseguiti da fans e groupies.
Andai a chiedergli, in particolare, lo spartito di un brano che mi aveva incantato.
Quel brano, mi disse, non aveva ancora nemmeno… un nome.
Musicalmente concepito come un omaggio a Dexter Gordon, nei fatti, l’aveva scritto per la colonna sonora di un film francese, di cui non ricordo neppure il titolo.
Mi raccontò che gli aveva dato un “nome provvisorio”, “The bath”, semplicemente, perché accompagnava, nel film, la scena in cui un clochard parigino trovava il modo di farsi… un bagno.
Una scena tenera, con questo brano in sottofondo.
Più tardi, per la prima volta, nel 1987, lo inserì nell’album “MOMENTUM” e il titolo rimase… “THE BATH”.
Successivamente, lo riprese più volte, con formazioni sempre diverse, come in “MONK’S DREAM” e in “THE RENT”, nel 1999, oltre a qualche registrazione live.

Il riprendere un brano in vari album era una cosa frequente, per Lacy, lavorando continuamente su composizioni e frasi che, ogni volta, riproponeva in maniera diversa, ripetendole, con piccole variazioni, all’infinito.

Lui osservava che questa cosa l’aveva “capita da Thelonious Monk”, che eseguiva sempre gli stessi temi ma sempre con delle novità, inventando sempre delle cose nuove, su strutture che conosceva bene. Diceva che, quando si riesce a creare una buona struttura, si hanno infinite possibilità, per esprimere qualcosa di interessante, per dialogare e trovare sempre delle valide soluzioni espressive.

In questo tipo di gioco, Monk era il campione.

Così, “The Bath”, inizialmente addirittura anonima, orfana di un titolo, sarebbe diventata una delle sue composizioni più conosciute.

Quando, al termine del concerto, gli chiesi le partiture, mi rispose che non poteva darmele in quel momento, perché ne avevano soltanto poche fotocopie e avevano appena iniziato il tour.

Mi promise, però, che me le avrebbe spedite, al suo ritorno a Parigi.

Si annotò il mio indirizzo, su un foglietto, e mi salutò, andandosene con sua moglie Irene Aebi, la violoncellista, e lasciandomi a chiacchierare con Steve Potts e Oliver Johnson.

Ovviamente, io finsi di crederci.

Figuriamoci se un mostro sacro del jazz si sarebbe ricordato, mesi dopo, di spedire le sue partiture a uno sconosciuto molestatore, incontrato brevemente, una sera di agosto, alla fine di un concerto a Lisbona!

Ma, ancora di più, figuriamoci se avrebbe conservato, per mesi, il foglietto su cui si era annotato il mio indirizzo!

Un giorno, rientrando a casa, circa un anno dopo, mi fermò il portinaio, dicendo che era arrivato un pacco per me.

Quando me lo consegnò, vidi che arrivava da Parigi. Un bustone marroncino, gonfio, con scritto, a mano, il mio nome e indirizzo. Il mittente era Steve Lacy.

Lo aprii, incredulo.

Dentro c’era un grosso malloppo di spartiti, fotocopie di spartiti manoscritti.

E c’era una lettera.

Il senso della lettera era: “Credevi che non ti avrei mandato nulla, vero? Ti sbagliavi, te l’avevo promesso. Scusami, se ho impiegato mesi, sono sempre sommerso di roba da fare. Comunque ti mando questa raccolta di “odds and ends”.
Ragionaci e, quando mi verrai a trovare a Parigi, ne parliamo.”

“Odds and ends” (“varie cianfrusaglie”) le aveva definite lui.

Per me, erano una… reliquia.

Ovviamente, a trovarlo a Parigi, ci andai appena possibile.

A dicembre del 1987.

Il suo indirizzo era Rue du Temple 57.
Nel Marais, la parte più affascinante di Parigi, a fianco del Beaubourg e del Centre Pompidou.

Ci tornai, più volte, quasi ogni anno, a fine anno.

Facevamo lunghe chiacchierate, in qualche caffè del Beaubourg.

Un pomeriggio, mi disse che, quella sera, davano, in televisione, quel “famoso” film, con il clochard che faceva il bagno e con The Bath come colonna sonora.

Mi disse che avrei potuto guardarlo, se non avessi avuto nulla di meglio da fare.

Ma mi disse, anche, che aveva da propormi qualcosa di meglio da fare.

Si alzò e telefonò a Steve Potts e a Oliver Johnson.

Tornò con un foglietto, con scritto il numero di telefono di Johnson.

Mi disse di chiamarlo, più tardi, perché, quella sera, avrebbero suonato in un locale, senza di lui.

Il locale era L’Eustache, un adorabile, retrò, piccolo, jazz-bistrot a Les Halles, di fronte alla chiesa di Saint Eustache.

Con un dehors, in cui stavano, al massimo, 25 persone. Sarà per quel ricordo che, a me, i dehors piacciono?

Il Bistrot Eustache era, negli anni ’80 e primi ’90, uno dei locali in cui il jazz, anche con grandi nomi, si irradiava ogni sera, per il piacere romantico di un pubblico appassionato.

Arrivai. Come dettomi da Lacy, mi ero portato lo strumento.

Salutai Potts e Johnson e mi sedetti al tavolino subito di fronte al piccolo palco, appoggiando la custodia a terra, accanto alla sedia.
Nonostante il dehors fosse stipato di gente, il primo tavolino, davanti al palco, come sempre, era vuoto, lasciato libero, per gli artisti che stavano suonando.

Iniziarono a suonare e, dopo qualche brano, Potts mi fece segno di prendere lo strumento e raggiungerli sul palco.

Con le gambe che mi tremavano (cosa che, sempre e comunque, mi succedeva regolarmente, e realmente, quando suonavo dal vivo), suonai due brani con loro, improvvisando.

Io… stavo suonando con Steve Potts, Bobby Few, Jean-Jacques Avenel e Oliver Johnson, stavo suonando con il quartetto di Steve Lacy.

Io, un cialtrone dilettante.

Dopo due pezzi, tornai a sedermi. Riprendevano il repertorio di Lacy e, lì, c’era poco da improvvisare: brani di una labirinticità onirica, con tempi di una complessità imprevedibile.

Tornai a sedermi e sentii una frase: “Eh, non hai mica studiato le mie partiture…”

A fianco, mi si era seduto Steve Lacy, che non avevo visto entrare, mentre stavo suonando.

Rimanemmo in contatto, per anni.

Ogni tanto, andavo a Parigi. Lo chiamavo e ci vedevamo, per quelle chiacchierate in qualche caffè del Beaubourg.

Timido, riservato, sempre.

Steve Lacy ci ha lasciato nel 2004.

Dopo un paio d’anni che era tornato a vivere negli Stati Uniti, a Boston.

A Parigi, aveva vissuto dal 1970 al 2002.

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